Il dibattito pubblico degli ultimi giorni si è concentrato – giustamente – sugli effetti della siccità sull’agricoltura. Le portate del Po e dei suoi affluenti sono ai minimi storici, con intrusioni di acqua salata che nel delta hanno superato i 20 chilometri dalla foce. Ma c’è un punto che merita di essere detto con chiarezza: il cuneo salino non è un problema esclusivo degli agricoltori. È una minaccia che riguarda molte altre attività economiche, servizi essenziali e interi territori.

Le organizzazioni agricole hanno lanciato l’allarme: senza acqua non ci sono raccolti, non ci sono foraggi, non reggono le filiere zootecniche. Il cuneo salino compromette l’irrigazione, altera la qualità dei terreni e mette in crisi produzioni strategiche.

Ma fermarsi qui significa dare una lettura parziale al problema.

Nelle aree lagunari e costiere, molte aziende della filiera ittica utilizzano acqua di laguna per il lavaggio e la lavorazione del pescato.

Se l’acqua diventa troppo salata o semplicemente scarseggia, queste attività non possono operare o lo fanno con un aumento importante dei costi e abbassamento della qualità. Non è un dettaglio: parliamo di imprese, che danno lavoro a centinaia di famiglie e che rappresentano un pezzo identitario dell’economia locale.

Molte industrie – non solo quelle agroalimentari – utilizzano acqua dolce per:

• processi di trasformazione;

• lavaggi e sanificazioni;

• raffreddamento degli impianti;

• produzione di energia interna.

Quando il cuneo salino risale i fiumi, l’acqua dolce disponibile diminuisce e quella residua diventa meno adatta ai processi industriali.

Il cuneo salino altera. inoltre, gli equilibri ecologici dei fiumi e delle lagune, con conseguenze su:

• navigabilità dei canali;

• habitat delle specie ittiche;

• stabilità delle barene e delle zone umide;

• attrattività turistica delle aree costiere e lagunari.

Ecco perché un fiume che non ha portata non è solo un problema agricolo: è un problema territoriale, che riguarda economia, ambiente e comunità. Servono:

  • invasi e sistemi di accumulo;
  • modernizzazione delle reti irrigue;
  • strategie di lungo periodo; 
  • deroghe/riforme normative.

Il cambiamento climatico non è una previsione: è la realtà con cui territori e imprese devono confrontarsi ogni giorno.