L’economia sociale entra ufficialmente nel sistema delle politiche pubbliche, non più come somma di mondi separati, ma come ecosistema unitario con caratteristiche, regole e obiettivi condivisi.

A chi interessa? A cooperative, enti del Terzo settore, enti sportivi dilettantistici, enti religiosi civilmente riconosciuti, fondazioni di origine bancaria, credito cooperativo.  

Un mosaico che oggi rappresenta:

• 398.612 organizzazioni

• 1,53 milioni di addetti

• 4,6 milioni di volontari

Numeri che raccontano un settore già decisivo per il Paese, ma finora privo di un quadro unitario di riferimento.

Una presenza capillare, che incide su sanità, educazione, servizi sociali, cultura, aree interne, transizione ecologica di prossimità.

Con questo Piano il nostro Paese si allinea alle indicazioni europee, in primis alla Raccomandazione del Consiglio dell’Unione europea del 27 novembre 2023.

Siamo di fronte ad un importante cambio culturale. Un nuovo modo di organizzare la conoscenza e di leggere il ruolo dei soggetti, che operano secondo tre principi cardine:

• primato della persona rispetto al profitto;

• reinvestimento degli utili nelle finalità statutarie;

• governance democratica e partecipativa.

I quattro pilastri del Piano:

1. Quadro normativo e fiscale.

Il Piano affronta il nodo degli aiuti di Stato e valorizza la “comfort letter” della Commissione europea: le agevolazioni fiscali non sono privilegi, ma conseguenza della natura non lucrativa degli enti.

Tra le linee di intervento:

• rilancio dell’intangibilità fiscale delle riserve indivisibili delle cooperative;

• ripensamento di Irap e Imu per attività di interesse generale;

• diffusione dell’amministrazione condivisa (co-programmazione e co-progettazione).

2. Accesso alle risorse e strumenti finanziari.

Il credito tradizionale non riconosce il valore sociale generato dagli enti. Il Piano propone:

• rafforzamento del Fondo di garanzia Pmi;

• utilizzo dei programmi europei (InvestEU, FEI);

• strumenti per investitori pazienti;

• gestione dedicata dei programmi di aiuto;

• introduzione di un rating sociale riconosciuto per legge.

3. Competenze, ricerca e misurazione dell’impatto.

Il Piano colma un vuoto di conoscenza:

• formazione dei dipendenti pubblici;

• campagne di comunicazione;

• framework condivisi per la misurazione dell’impatto sociale;

• valorizzazione del volontariato e certificazione delle competenze acquisite.

4. Procurement e partenariati pubblico–privato sociale.

Obiettivo: usare in modo strategico la flessibilità già prevista dalle norme sugli appalti per:

• una strategia nazionale per gli acquisti sostenibili;

• un monitoraggio delle clausole sociali;

• quote minime di affidamenti riservati;

• sviluppo di imprese sociali miste pubblico–private.

Il Piano avrà durata decennale, con monitoraggi nel 2027 e nel 2032.

N.B.: Non introduce misure operative immediate: definisce la direzione, la cornice entro cui costruire politiche pubbliche coerenti, stabili e finalmente coordinate.

MA è un punto di non ritorno!

L’economia sociale entra nell’agenda nazionale come ambito strategico, non più come insieme di eccezioni o nicchie.

La sfida ora è trasformare questa architettura in interventi concreti, capaci di sostenere un settore che già oggi rappresenta una componente essenziale del sistema economico e sociale italiano.