Il 30 giugno 2026 ho avuto il piacere di partecipare alla Conferenza nazionale “DIGITAL RIGHTS – Risk Assessment & Mitigation Plan & DATA EQUALITY – Bias nei sistemi di Intelligenza Artificiale”, tenutasi presso la Polizia Locale di Venezia, all’Isola del Tronchetto.

È stata una giornata di grande valore istituzionale e scientifico, che ha riunito magistrati, avvocati, forze dell’ordine, ricercatori ed esperti di innovazione per affrontare una delle sfide più importanti del nostro tempo: garantire che l’intelligenza artificiale sia al servizio della giustizia e dei cittadini, senza compromettere i diritti fondamentali.

L’innovazione non può prescindere dallo Stato di diritto.

L’intelligenza artificiale sta entrando rapidamente nei sistemi giudiziari e nelle attività investigative. Dall’analisi delle prove digitali agli strumenti predittivi, fino ai software che supportano le indagini, siamo davanti ad una trasformazione destinata a cambiare profondamente il lavoro degli operatori del diritto.

Ma ogni innovazione porta con sé una domanda fondamentale: chi controlla gli algoritmi?

Come avvocato e come persona impegnata nelle istituzioni, ritengo che la tecnologia debba essere governata e non subita.

L’IA rappresenta un’opportunità straordinaria per migliorare l’efficienza della giustizia, ma non può diventare una “scatola nera” capace di incidere sulle libertà individuali senza trasparenza, responsabilità e controllo democratico.

Uno dei temi centrali della conferenza ha riguardato i bias nei sistemi di intelligenza artificiale.

Gli algoritmi apprendono dai dati che ricevono. Se quei dati contengono discriminazioni, errori o squilibri, il rischio è che tali distorsioni vengano replicate e persino amplificate.

Questo significa che decisioni apparentemente “oggettive” possono produrre effetti discriminatori.

È un tema che riguarda non soltanto gli specialisti dell’informatica, ma l’intera società.

La tutela dell’uguaglianza davanti alla legge passa anche dalla qualità degli algoritmi che utilizziamo.

Molto interessante è stato anche il confronto sulle nuove regole europee in materia di e-evidence, ossia sull’acquisizione transfrontaliera delle prove digitali.

Viviamo in un mondo nel quale un reato può essere commesso in uno Stato, utilizzare server collocati in un altro continente e coinvolgere piattaforme digitali presenti in decine di Paesi.

Per questo motivo diventa sempre più indispensabile rafforzare la cooperazione giudiziaria internazionale, garantendo al tempo stesso il rispetto delle garanzie difensive.

Per questo motivo la regolazione dell’intelligenza artificiale non è soltanto una questione tecnica, ma anche una scelta politica.

Significa decidere quale modello di società vogliamo costruire.

Vogliamo un’innovazione che aumenti le disuguaglianze oppure una tecnologia che renda i servizi pubblici più efficienti, più trasparenti e più vicini ai cittadini?

La risposta non può che essere la seconda.

Per questo sarà fondamentale investire nella formazione continua di magistrati, avvocati, forze dell’ordine e pubbliche amministrazioni, affinché tutti possano comprendere il funzionamento delle nuove tecnologie e utilizzarle in modo consapevole.

L’Europa sta costruendo un modello di regolazione dell’intelligenza artificiale che mette al centro la persona.

È una strada che condivido pienamente.

Innovazione e diritti non devono essere alternativI: possono e devono procedere insieme.

Perché il progresso tecnologico ha valore solo quando rafforza la democrazia.