
In questi giorni sono circolate dichiarazioni secondo cui il reato di femminicidio non avrebbe alcuna peculiarità rispetto all’omicidio comune. Una posizione che banalizza un fenomeno strutturale e ignora dati, contesto e dinamiche riconosciute da anni da magistratura, forze dell’ordine, centri antiviolenza e organismi internazionali.
Il femminicidio non è “un omicidio come un altro” perché nasce da un movente di dominio e controllo che affonda le radici nella disparità di potere tra uomini e donne. Non è un fatto isolato, ma l’esito estremo di un percorso di violenza che spesso include isolamento, manipolazione, minacce, ricatti economici, svalutazione psicologica e violenza fisica.
Ridurre tutto a un semplice omicidio significa negare la dimensione sistemica del problema.
I dati nazionali mostrano che la maggior parte delle donne uccise lo sono per mano di partner o ex partner, in un contesto relazionale segnato da precedenti episodi di violenza. Questo elemento distingue il femminicidio da altre forme di omicidio e giustifica un trattamento giuridico e politico specifico, come avviene per i reati d’odio o per le aggravanti legate alla discriminazione.
Sostenere che il femminicidio non esista significa ignorare:
- la natura relazionale e reiterata della violenza che lo precede;
- la specificità del movente, radicato nella volontà di possesso;
- la dimensione culturale che alimenta stereotipi e giustificazioni;
- la necessità di strumenti di prevenzione e protezione mirati.
Il nostro ordinamento riconosce da tempo che alcuni reati richiedono una qualificazione specifica, quando sono espressione di un fenomeno sociale più ampio. Il femminicidio rientra pienamente in questa logica: non crea “privilegi”, ma nomina correttamente la realtà, rendendo visibile ciò che per troppo tempo è stato taciuto.
Per questo va respinto ogni tentativo di minimizzare o negare la specificità del femminicidio.
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