In un tempo in cui il dibattito pubblico tende a polarizzarsi e a ridursi a slogan, l’UDC ha scelto di aprire uno spazio di confronto reale sulla riforma della giustizia. Un luogo in cui ascoltare competenze diverse, ricostruire il contesto storico e normativo, e soprattutto restituire ai cittadini la possibilità di orientarsi con consapevolezza.

Il convegno di questa mattina ha riunito voci autorevoli del mondo accademico, forense e istituzionale. Ne è emersa una riflessione articolata, che ha messo al centro non solo il merito della riforma, ma anche il clima culturale in cui essa viene discussa.


Paola Binetti: il senso di giustizia nasce presto e va custodito

La senatrice Paola Binetti, neuropsichiatra infantile e presidente dei Cattolici per il Giusto, ha aperto i lavori con un’immagine semplice, ma potentissima: il primo incontro con l’ingiustizia avviene già all’asilo, quando un bambino “cambia le regole” o “imbroglia” durante un gioco. È lì che si forma la percezione profonda di ciò che è giusto e ciò che non lo è. Quando le regole non sono uguali per tutti, non c’è giustizia.

Ha poi lanciato un monito sul clima attuale. Una gravissima forma di ingiustizia oggi è costituita dalla violenza verbale fatta di falsità, spesso proveniente da parte di chi si sente superiore e peraltro difficilmente lo è.

Per questo, ha aggiunto ,che il primo atto di giustizia che si può compiere è leggere davvero il testo della riforma, prima di giudicare o di schierarsi.
Un invito alla responsabilità intellettuale, che non orienta il voto, ma chiede serietà nel formarsi un’opinione.


Paola Rubini: “La riforma non è un colpo di mano dell’attuale Governo. Il Parlamento ha lavorato a lungo”

L’avv, Paola Rubini, presidente della Camera Penale di Padova, ha contestato con decisione la narrazione secondo cui la riforma sarebbe un’imposizione improvvisa del governo.

Ha ricordato che:

  • il testo attuale è il risultato di anni di audizioni, confronti e lavori parlamentari,
  • parlare di “colpo di mano” è quindi una falsità che distorce il dibattito.

La sua posizione ha riportato l’attenzione sul metodo: una riforma così delicata non può essere discussa attraverso semplificazioni o slogan, ma richiede memoria istituzionale e rigore.


Oliviero Mazza: un percorso storico che non possiamo ignorare

Il prof. Oliviero Mazza di procedura penale all’Università Bicocca Milano ha offerto una ricostruzione storica essenziale per comprendere il nodo centrale della riforma: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.

Il Consiglio Superiore della Magistratura, nel tempo, è diventato “il parlamentino della magistratura”, un ruolo che non gli compete: è un organo di rilevanza costituzionale, non un organo politico;

Il sorteggio per delinearne i membri è una garanzia di imparzialità.

Mazza ha anche smontato una delle obiezioni più frequenti ovvero che solo con l’elezione si garantisce che “i migliori” facciano letta del CSM. E lo ha fatto con una semplicità disarmante, perché riconoscere questo assunto significa ammettere implicitamente, che esistono magistrati bravi e meno bravi. E, quindi, i meno bravi andrebbero bene per giudicare i cittadini nelle aule, ma non le carriere dei colleghi al CSM.

Sì confermano così le ragioni del sì ad un referendum importante, atteso da decenni.